Punti di (s)vista

1 maggio 2010

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Filed under: Senza categoria — stranOne @ 11:07 am

http://www.inviaggiocongeniuscard.it/progetti/imparare-l-inglese-in-una-fattoria-irlandese-why-not

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29 dicembre 2009

Filed under: Varie — stranOne @ 8:24 pm


CARTASTRACCIA

28 dicembre 2009

Ricominciare dal niente

Filed under: Varie — stranOne @ 1:46 pm

Sempre la solita vecchia storia, non so essere costante, almeno per quanto riguarda la scrittura di un blog. Eppure, mi piacerebbe tanto. Ci penso spesso, a come dovrebbe essere il mio blog, a ciò che vorrei scrivere, a come potrebbe essere graficamente!
Quindi ho deciso! Ricomincio da zero. Abbandono Puntidi(s)vista e mi trasferisco in altre pagine; sicuramente riciclerò alcune delle poche cose che ho scritto qui per prendere tempo e trovare altre facezie con cui riempire le nuove pagine……! E questa volta ci proverò davvero, perché come già detto (praticamente l’unico concetto espresso in questo blog) a me piace parecchio avere un spazio tutto mio!

…a breve su queste pagine il  nuovo indirizzo..

27 agosto 2009

Catalogo #3 parole in saldo

Filed under: Cataloghi — stranOne @ 6:18 pm

Avrei voluto riempire altro spazio bianco con un altro inutile post, ma non mi è venuto in mente nulla. Come sempre. Ci sono però un sacco di parole che mi sarebbe piaciuto utilizzare oggi:

destabilizzazione; immolare; cangiante; lamellare; punteggiato; bisestile; disarmonico; sensoriale; agglomerato; fuorviante; luminescente; silente; madido; fumoso; sibilo; arido; salmastro; latente; stilato; fluorescente; levigato; antitesi.

26 agosto 2009

Temporale

Filed under: Varie — stranOne @ 11:02 pm

Sembra che stia per arrivare. Forse è la sera giusta; da mezz’ora sta già percorrendo le vie della città, si è già infilato nei vicoli, sotto i portoni dentro i cortili ed ha già battuto tutta la campagna. L’odore inonda le narici. Arriva da nord, dalla corona dei monti che proteggono questa terra piatta e la rendono afosa. Lo aspetto da settimane, l’ho atteso con un malsano gusto di vendetta per tutti quelli che partivano per un week-end al mare mentre io percorrevo l’asfalto rovente della tangenziale. Potrebbe lavare via l’estate, nasconderla fino al prossimo anno per farcela cercare quando ci sarà ghiaccio sulle strade, condensa fuori dalle bocche, labbra con microfratture. Rincorro l’inverno perchè in fondo se fa freddo basta coprirsi ed io il gelo non lo soffro. Aspetto una pioggia scrosciante, devastante, battente rumorosa e potente. Un concerto di suoni; acqua sul metallo delle auto parcheggiate, sulle tegole malconce, cascate incessanti dalle grondaie divelte delle vecchie case, terra e fango nel cortile, tombini esausti rigurgitare litri d’acqua. E poi vento, persiane che sbattono, foglie che si staccano dagli alberi e formano un tappeno scivoloso sui marciapiedi dei viali, ululati e fragori da farti stringere sotto le coperte. L’aria fresca sulla pelle vibra, boati lontani ma così vicini sopra i tetti. La gente incomincia a correre al riparo, le biciclette veloci verso casa. Dalla finestra lo invoco, vorrei essere un sciamano scendere in mezzo alla via e tentare una bizzara dimenticata danza della pioggia, un rito propiziotario.

24 agosto 2009

Prequel

Filed under: lavoro — stranOne @ 10:27 pm

Il calore dell’estate stava ormai per lasciare posto alla penobra settebrina. Sentivo come non mai la voglia e il bisogno morale di trovare un’occupazione. Un lavoro qualsiasi. La ricerca della mia felicità, ne ero sicuro, avrebbe avuto una svolta. Decisi che era tempo di chiudere momentamneamente la porta dell’archivio delle belle speranze relative ad un lavoro che mi piacesse davvero. Le mie idee sull’occupazione; tutte utopiche, tutte sbalgiate. Come un giovane adolescente sognavo un impiego che mi permettesse di svegliarmi a mezzogiorno, di faticare poco e di accumulare denaro. Più che un lavoro una favola. Avrei voluto diventare un luminare in quale strana e affascinate materia umanistica, scrivere su riviste lette da gente con occhiali spessi e taglio di capelli da sfigati: un free lance per gente sola, di quelli che il sabato sera guardano quark, che nel taschino portano una stilografica senza mai macchiarsi d’ inchiostro. Un free-lance solo. L’impatto con la realtà mi lasciava spesso indifferente, gli unici miei articoli pubblicati erano stampati in caretteri banali su un quindicinale locale che avrebbe potuto tranquillamente avere come titolo di testata “gazzetta dei polli”, “l’eco del cortile”, oppure redatti su un sito dalla grafica composta da degradazioni di verde. Mai preso un soldo, quei pochi che mi misi in tasca li ottenni fregando commercianti sulle meravigliose prospettive che la pubblicazione di un banner avrebbe dato alla loro impresa famigliare. L’ istruzione dei loro figli, ora che avevano un banner su di un sito verde campo virato in verde bile, era al sicuro; potevano mettere via i soldi per pagare l’università. Fu un vero shock, alzarsi la mattina presto e ricomporsi la faccia per andare ad uno stupido corso di formazione con al fianco gente a cui mai avrei rivolto la parola. Persone che senza dubbio non avrebbero mai letto alcuno dei miei articoli pubblicati sulle riviste per sfigati acculturati, induvidui che oggi amano farsi definire nerd. L’appartenenza ad un cerchia da sempre regala una certa sicurezza, così anche gli sfigati hanno avuto la fortuna di essere definiti in una maniera che li fa apparire in un altro modo. Ad ogni modo ciò che più mi irrativa non erano i mie compagni di corso ma il fatto che i tizi che sedevano alla cattedra erano come loro, mi accorsi che non potevo fare soldi scrivendo perché nessuno mi avrebbe letto e perché lavorando in quel posto non avrei imparato nulla di nuovo e avrei perso ogni stimolo.

23 agosto 2009

Centro smistamento chiamate

Filed under: lavoro — stranOne @ 1:37 pm
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EncorePro_binaural%20hightLavoro in un carnaio, in una fabbrica di voci di fiducia. Quotidianamente ci sono target da raggiungere, parametri da rispettare, nervi da fasciare, bocche da cucire. Passo un numero basso ma già troppo esteso di ore in un luogo con moquette decisamente sporca, pc ai quali è stato tolto tutto il divertimento e sono stati abbassati al rango primario di ciò che sono, macchine calcolatori del cazzo. I miei colleghi sono lo specchio dell’oggi, c’è di tutto. Laureati, laureandi, persone di ogni età che hanno perso il lavoro e si sono persi nel vortice dei lavori interanali, giovani madri sole, immigrati, una quantità considerevole di uomini e donne giunti dal sud del nostro Paese alla conquista della grande città, finiti lì con la speranza di andarsene dopo qualche mese. La grande azienda è alle porte di Milano, di quella Milano che però potrebbe essere Lecce, Foggia, Napoli o un miraggio d’Africa. Tutto deve funzionare come un marchingegno perfetto, ogni piccolo paramentro è costantemente misurato e tenuto sotto l’occhio vigile di chi è riuscito a fare un piccolo passo avanti. Si crea un continuo stato di finta esaltazione, passione per il lavoro; usano termini affascinanti e criptici come tmc, nba, csi, target day, efficency, caring. Ehi… diamoci una calmata, si tratta solo di un maledetto call center, un centro di smistamento chiamate. In questo luogo esiste un paradosso insormontabile: noi, ultime ruote del carro, siamo quelli più vicino al cliente, siamo quelli che lo prendono per mano e lo guidiamo nelle mile insidie dell’azienda, quelli che si prendono i vaffanculo, quelli che vengono presi per il culo, quelli che è normale che rispondano a qualsiasi ora in qualsiasi giorno dell’anno e tu gli possa rompere le palle per qualsiasi boiata.  Il cliente ha sempre ragione, non è vero! Il cliente non ha quasi mai ragione, il cliente paga e quindi pretende, si eleva ad un altro livello e tu lo devi servire, deliziare è prorpio il termine usato. Dobbiamo deliziare il cliente. Il paradosso eèche tra noi colleghi, che ci vediamo tutti i giorni, non c’è dialogo, nessuno si conosce perché non è materialmente possibile scambiare nemmeno due parole, non ne hai il tempo. Siamo davvero solo voci. Potrei dilungarmi ore sulla noia, sull’assenza di stimoli, sul non essere apprezzati nemmeno se ti fai un culo inverosimile e gestisci centinaia di chiamate, sarebbe un lamento ed a me i lamenti piacciono poco. Vorrei però spiegare  perché quando chiamate un call center avete spesso l’impressione  che  chi vi risponde non sappia quello che sta facendo e non gliene importi nulla. Perché è vero. Non gli interessa per i motivi appena citati, per la mancanza di stimoli , per il luogo di lavoro triste e per lo stipendio da fame; e se poi non è in grado di risolvere i vostri problemi è perché ha davanti, parlo del mio caso, qualcosa come quindici applicativi di cui al corso di formazione gli è stato detto praticamente come farli partire e basta, e se ti alzi e chiedi aiuto troppe volte si incazzano… e allora… allora arrangiatevi! Dopo due mesi di norma quel ragazzo non vi risponderà e al suo posto ce ne sarà un altro che non saprà le cose che nel frattempo il licenziato aveva imparato. Quelli che restano sono pochi e i motivi, dopo quasi un anno che ci lavoro, mi restano oscuri.

25 luglio 2009

Morire come un cane

Filed under: Varie — stranOne @ 10:56 am
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724Un’anziana donna in grembiule azzurro ed il suo cane malandato. Lui è la sua unica compagnia, lei gli parla e gli urla dietro tutto il giorno. Da quando vivo in questa corte, ogni volta che passo per il cortile, il cane mi abbaia e mi si avvicina appena, in rare occasioni sembra ricoscermi, mi guarda, mi segue un pò senza fare nulla. Quel cane nel cortile è stato sempre una certezza di questo luogo, qualcosa che sempre avrei trovato lì dove doveva stare. Sansone era un cane di piccoglia taglia, bianco con le pezze nere, un incrocio impossibile di chissà quali razze; Sansone non era un bel cane. A volte faceva tenerezza, molte altre era noioso nel suo continuo  abbaiare, nel suo avvertire pericolo ad ogni passo. Oggi quel piccolo cane noioso è stato accompagnato, posato su un tavolo d’acciaio, toccato con guanti mono uso in lattice e sirigato, ucciso. Quanti secondi ci vorrano prima che il liquido contenuto nella siringa rompa il cuore; 30, 20, 10, oppure la dolce morte sopraggiunge all’istante? Il cane stava male, si trascinava per il cortile, era gonfio e quasi deforme, la sua condizione è degenerata in pochi giorni, faceva male vederlo così, anche se a dire la verità la sua goffaggine l’ho notata davvero solo quando mi è stato detto che stava male, a me sembrava solo un vecchio cane stanco. Solo che… potevano essere fatti dei tentavi ma forse sarebbero stati egoisticamente rivolti alla compagnia che l’anziana avrebbe continuato ad avere e non alle sofferenze dell’animale. Questioni morali complicate; è certo che l’eutanasia nei confronti degli animali viene applicata con freddezza e facilità. Sansone lo sapeva che oggi sarebbe uscito per andare a morire, gli animali del cortile, gatti e cani, lo sapevano che non lo avrebbero più rivisto. Diffcile da credere, ma tutti lo hanno salutato, e lui, mentre si parlava della sua imminente morte, sembrava capire ogni parola; non voleva uscire, il cane Sansone, dalla sua casa stamattina, al contrario del solito non voleva allontanarsi dalla sua casa e dalla sua anziana padrona.

22 luglio 2009

Questo post serve solo ad occupare dello spazio

Filed under: Varie — stranOne @ 11:00 am
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Il tentativo di tenere un bolg vacilla. I giorni sono scivolati e tutti i miei progetti letteral-blogghiferi si sono sciolti come una pastiglia effervescente in un bicchiere d’acqua. Tanta schiuma all’inizio, un affievolirsi dolce poi.

Tentativo#2

 Si dice che i fallimenti portino a conquiste, il non prendersi cura di un blog non è in quell’elenco di cose che possono essere definite un fallimento più che altro è da annotare tra i fascicoli dei fiaschi.

In questo periodo ho guardato, addocchiato qualche blog; ho trovato pagine molto divertenti, tanta robetta, e post degni di pubblicazione su carta. Sono stato poi indirettamente coinvolto in un flamming, parola che ho dovuto cercare su wikipedia e mi sono divertito come un bambino;  una situazione da talk show, o una commedia teatrale sarcastica e divertentissima sull’attuale situazione delle varieta catalogabili di persone abitanti nel nostro paese. La diva costruita a tavolino, svampita, montata fondalmentamente vuota. Le sue riuscite e godibillissime parodie, con tanto di querelle di querele, minacce, insulti mirati, illazioni. L’antagonista attaccata,  tirata in mezzo sbattuta sulle copertine senza che lei lo volesse; e poi io parodiato solo in poche righe come difensore della propria donna, paladino della giustizia un pò sfigato e un pò mazziato. I personaggi sarebbero ancora molti, ma se sieti finiti su questo blogghino sapete già di cosa sto parlando. Quindi lasciamo perdere; ora leggo quotidianamente un posto di post e il mio tasto f5 inizia a sgualcirsi. Tutto questo per dire che mi sono reso conto che il mondo della comunicazione virtuale è identico a quello reale, nè è semplicemente un’estensione. Forse non sarà una grande scoperta, ma lo immaginavo un pò diverso, e invece mi sono trovato ospite di Maria Defilippi e mi sono divertito un sacco!! Quindi questo è il tentativo numero 2, a qui ne seguiranno molti altri. Non voglio fare nomi ma ringrazio tutti i partecipanti alla diatriba; in modo particolare alla geniale scrittrice della parodia di uno di questi flamming, mi ha dato un soprannome che ha distanza di mesi mi fa ancora spisciare….

18 maggio 2009

Catene di (s)montaggio

Filed under: Varie — stranOne @ 12:33 pm
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Ieri sera ho guardato la puntata di Report dedicata all’industria della carne; ne sono uscito sconfitto. Non sono caduto dalle nuvole, certo, tutti noi sappiamo bene il modo in cui ciò che mangiamo venga trattato prima di finire sulle nostre tavole, ma quelle immagini e quei discorsi  hanno davvero toccato una parte della mia sensibilità che tentavo di tenere nascosta. Ciò che più mi ha colpito è stato sentire allevatori, zootecnici, veterinari parlare dell’animale paragonandolo esplicitamente ad una macchina, facendo riferimento a prestazioni, rendimento e profitto. Il profitto, tutto ruota attorno a quello: per averne di più si manipola la genetica stessa dell’animale, lo si porta all’esasperazione, come nel caso delle mucche, sfruttandole all’inverosimile per soli due  anni,  poi le si “rottama” e quella carne rottamata zeppa di antibiotici, senza i quali gli allevamenti sarebbero lazzaretti, finisce dentro di noi. Ed anche questo lo si sapeva. L’enormità dei capi coinvolti spaventa. Un avicoltore parla dei suoi polli e dice che ne muoino molti, non decine ma a volte qualche centinaio al giorno e aggiunge ” se muoino quando hanno pochi giorni fa niente, ma se trovo cinquecento polli morti pronti per essende venduti è un guaio” e lo dice con una tale freddezza che lascia stupiti. Chi di voi sarebbe in grado di alzarzi la mattina ed andare con sacco nero e guanti a raccattare cadaveri di polli stesi in mezzo ad altri mille polli urlanti?  Animali trattati come prodotti di fabbrica, migliaia di pulcini con gli occhi sbarrati posti su un rullo come oggetti e lasciati cadere  in una sala delle torture dove un operaio li infila in una macchina che non si è capito come e perché li gonfia e ne aumenta il peso. Ieri sera ho visto lager per animali, una perfetta catena di (s)montaggio della vita, un totale indecoroso sdegno verso la natura, uno sfruttamento insensato delle risorse. Macchinari incredibilemete simili a strumenti di tortura. La conclusione difficile forse da digerire - come dicono esserlo la carne – è che tutto ruota attorno al denaro e solo a quello, gli allevamenti industriali devono sfruttare perché altrimenti non c’è guadagno, devono produrre per poi buttare perché altrimenti non c’è profitto. Mi viene ora in mente un episodio di South Park, che nella sua totale irrispettosità verso qualsiasi cosa, racconta del giorno in cui le vacche allevate del paese presero la consapevolezza della loro sorte e, una in fila all’altra muggendo e con gli occhi lucidi, si lanciarono in un burrone.

polli“Vi vendiamo le nostre terre con la speranza che trattiate con rispetto gli animali che la abitano, perché ogni cosa che viene fatta agli animali prima o poi succede all’uomo” . Un capo indiano.

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